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Storie fuori dal mondo

di Marco Pastonesi

Rocco

Slaccia la scarpa, sfila la calza, tocca il piede. Il suo. È il destro. E gli fa male. È un piede lungo, un 44, esagerato per il suo metro e 70 d'altezza e per i suoi 50 chili e per i suoi tre unici allenamenti della vita e per quella sua prima partitella, nove contro nove, per il largo, perchè gli altri - di tutte e due le squadre - sono andati a Viadana a una selezione regionale. Rocco si guarda il piede. È uno strano piede. E gli fa male. Ha una bozza sul fianco destro, ma la bozza è dura, e sembra osso, e sembra non c'entrarci con il dolore. Poi ha una specie di pallina carnosa all'altezza della caviglia esterna, che avrà anche un suo nome scientifico e medico, ma che lui lo ignora. Lì la pelle, al tatto, è rugosa come quella degli elefanti: non che lui ne abbia mai accarezzati, di elefanti, ma la consistenza, un pò vecchia e un pò stanca, e molto vissuta, è quella lì. Piè il piede va avanti, più si allunga, come se scappasse via. Più che un piede, pensa, è una pinna. E gli fa male. Sono lunghe, e scappano via, anche le unghie. Almeno quelle, pensa, potrei tagliarmele. E pensa anche che sto piede gli fa proprio male. Ha raccolto da terra un pallone, Rocco, si è lanciato fra due avversari ed è passato indenne, lì gli si è spalancato un corridoio e ci ha dato dentro, come un galeotto in cerca di libertà, fuga per la vita più che per la vittoria. E quando stava per evadere dal tunnel e schiacciare il pallone in paradiso, proprio in quel momento è stato placcato, poi investito da una montagna rossa e infine anche calpestato. Sul piede-pinna. Che male. "Ghiaccio, arnica, tienilo in alto. E quando ti sentirai di camminarci sopra, cammina normalmente, appoggia la pianta, non zoppicare, se no ti s'infiamma. Ti chiamo a casa. E ci vediamo martedì all'allenamento". Male, Madonna che male, permettendo. Già che c'è, Rocco si guarda anche la calza: ha un buco, sotto, che da sopra non si vede, però si vede che è ora di buttarla via. Si butterebbe via anche il piede. Che male, sarà mica rotto. E pensare che, se non fosse stato per suo padre, lui a rugby non avrebbe neanche voluto giocare.

Sergio

Per lui il rugby era verticale. Alto e basso, su e giù, sopra e sotto, up and under. Come se il campo fosse l'unico modo per congiungere la terra con il cielo, e anche l'inferno con il paradiso. Forse questa visione perpendicolare della vita, dello sport e anche della religione dipendeva dal suo ruolo: seconda linea. Cioè impegnato soprattutto a saltare in touche, salire sull'ascensore, volare all'altezza della terza fila della tribuna centrale, e strappare il pallone a un avversario che aveva le sue stesse voglie: saltare, salire, volare e strappare. Certe volte ammetteva che sarebbe stato più comodo dirselo subito, prima di entrare in campo: io vinco le mie, tu vinci le tue. Solo che lui, prima di entrare in campo, non spiccicava parola: un pò per via del mal di pancia, un pò per colpa del paradenti. Piccolo non era mai stato, Sergio, neanche da piccolo. Un seconda nasce, di solito, grande e grosso. Allora al rugby non pensava ancora, ma al verticalismo sì. Infatti il suo forte era la geografia. Era capace di spararti le altitudini, al metro, a memoria, dagli 8.848 dell'Everest fino agli 11.775, però sotto il livello del mare, della Fossa delle Marianne. La specializzazione era passata poi nello sport, con precisione centimetrica. Cipollini? 1,91. Del Piero? 1,73. Il primato mondiale della Simeoni? 2,01. Sergio aveva calcolato che adesso, in touche, sfiorava i quattro metri. I compagni lo issavano a un metro e mezzo da terra, lui - di suo - ci metteva i due metri dalla pianta dei piedi alla punta dei capelli, più mettici le braccia e a volte aggiungici anche le unghie, totale quattro metri, appunto. Con tanto di circa, fastidioso, d'accordo, ma utile per non sbagliare mai. Gli avversari li guardava dall'alto in basso, raramente dal basso in alto, a meno di non essere steso a terra: succedeva, e sarebbe successo. Allora in quel caso anche un ragno di mediano di mischia ti sovrasta come se fosse un ottomila. Ma è il senso della vita, si spiegava Sergio: più vai in alto, più devi restare in basso.

Massimo

"Cercati un altro letto in un'altra camera in un'altra casa. L'invito è sempre valido". Non era diretto a lui, quel messaggio lasciato sul telefono. La calligrafia era di suo padre, il destinatario sua madre. Gli si chiuse lo stomaco, poi gli si serrò la gola, ma fu un attimo. Quello che lo stupiva, semmai, era che suo padre se ne fosse accorto solo adesso. Lui lo sapeva già, e faceva finta di niente. Massimo aveva quattordici anni. Mai nome fu più azzeccato. Un pò perchè non aveva certo la faccia nè di un Federico nè tantomeno di un Mattia, un pò perchè era un peso massimo, 110 l'ultima volta che era stato fatto salire su una bilancia, e un pò perchè era anche un'altezza massima, uno e novanta, così, a occhio. E soprattutto perchè, per la squadra, lui era davvero il massimo. Numero otto, così spannato sulla maglia da sembrare un doppio zero. Massimo spingeva via, da solo, compagni e avversari, e quando mollava il crocchio e si lanciava, non lo fermava nessuno. Certo lui avrebbe di gran lunga preferito giocare ala, ma sì, trequarti ala, perchè l'emozione più forte era correre, non sfondare, era debordare, non penetrare, con il pallone brandito in una sola manona, e agitato come una scimitarra, fino a piombare in meta. Senza sporcarsi, senza inzupparsi, senza scalfirsi. A scuola Massimo non era un granchè. Diciamo la verità: andava.

L' Enzino

Bello: non era bello. Anche se, a ripensarci adesso, gli occhi erano belli, forse azzurri, o qualcosa di azzurro comunque c'era, e le ciglia lunghe e diritte, sembravano finte. Tornando agli occhi: più che sfuggenti, erano rapidi, non stavano mai fermi. Comunque, bello: non era bello. Alto: nemmeno. Se no, non lo chiamavamo l' Enzino, ma l'Enzone, che infatti c'era, e giocava pilone, in mischia chiusa spuntavano degli inamovibili quarti di bue, con rispetto parlando per l'Enzone, e anche per il bue. L'Enzino era piccolo, tant'è che giocava mediano, mischia o apertura, preferibilmente apertura. Rotondetto, il che gli serviva per assorbire eventualmente i placcaggi delle terze avversarie. Lui rimbalzava. Eppure, nè bello nè alto, ma piccolo e rotondetto, l'Enzino beccava più di tutti. Ci sapeva fare. Andava e colpiva. Faccia tosta, battuta pronta, esperienza da vendere, e forse - ma sì - classe. Però si dedicava solo a un certo genere. Non quelle casa e chiesa, e neanche quelle acqua e sapone. Privilegiava quelle più sportive, allegre, veloci anche loro, da intendersi con un colpo d'occhio, o un sorriso, un battito di ciglia, le sue, lunghe e diritte, e le loro, aeree e femminili. Certe volte non facevi neanche a tempo ad accorgerti che in quella ragazza c'era proprio un nonsochè, e l' Enzino aveva già concluso. Un giro in macchina, un salto a casa, una capatina nel retrobottega, magari una quercia accogliente e ombrosa, paterna e complice. Se proprio bisogna dirla tutta, forse nell'esecuzione era piuttosto rapido. Ma lo era così anche sul campo. Il pallone gli rimaneva fra le mani giusto un attimo, prima di riconsegnarlo agli avanti, o di farlo correre al largo, o più spesso di calciarlo in un futuro vicino ma ignoto. E se lo teneva di più, lo faceva scomparire. Come un prestigiatore, come un mago, a volte come un clown. Come quando l'arbitro fischiò un calcio per noi. Lui aveva già il pallone in mano. E cominciò a camminare, come per chiedere spiegazioni, come se il gioco fosse fermo. Uno stato embrionale che contagiò tutti i giocatori, una sorta di ragnatela che ghermì il pubblico, perfino l'arbitro sembrò rapito da qualche amnesia o fantasia. Trentun persone che andavano avanti per inerzia finchè si fermarono. Fu in quel preciso istante che l'Enzino si fiondò in meta.

Lino

Mentre giravano intorno al campo, mentre si piegavano sulle braccia, mentre si accartocciavano per ridurre gli addominali a una specie di asse da lavare, al Lino capitava di considerare i suoi ragazzi da diversi punti di vista che non fosse sempre e soltanto quello tecnico. Giovani-vecchi: facile. Scapoli-ammogliati: ma sì. Istruiti-ignoranti: mica male. Allenati-sfiatati: meglio di no. Oppure l'abbigliamento: complicato. I capelli: ecco, i capelli. Ai suoi tempi, cioè ai tempi in cui il Lino poteva ancora contare sui suoi bei - chi l'avrebbe mai detto? - riccioli biondi, il mondo del rugby era diviso in due: i capelli o lunghi o corti. Lunghi per via della contestazione, della ribellione, dei Beatles e dei Rolling Stones, e più in là non si andava. Erano una bella comodità, ma anche una bella scomodità, a cominciare dallo shampoo e a finire con gli avversari che ti placcavano per una ciocca. Se no corti: corti per via del lavoro, tutti i giorni, o degli esami, una volta al mese, nella speranza di fare buona impressione e strappare un permesso o un voto in più. Certo non si poteva fare una distinzione manichea, o di qua o di là: lunghi per i trequarti e corti per gli avanti, e poi i mediani come li consideriamo, quello di mischia un avanti per via della vicinanza alla fonte del gioco, quello di apertura un trequarti per via del gioco al largo? Che poi la maggior parte delle aperture, prima di dare un pallone ai centri, piuttosto si farebbero tagliare le mani. Si era sparsa la voce che lui, il Lino, facesse giocare solo quelli che di capelli ne avevano pochi, forse più per premiare la loro esperienza, come giocatori, che non per consolarli dalla fragilità e dalla debolezza delle loro zazzere. Invece adesso no, tutto cambiato. Ogni giocatore, per i capelli, faceva di testa sua: corti o lunghi, d' accordo, poi rasati e rasta, mohicani e ossigenati. "Cos'avranno per la testa", si chiedeva il Lino, guardandoli girare, piegarsi e accartocciarsi. Si accorse di voler bene a quel gruppo di energumeni. Poi pensò che spesso l' Enzino aveva un diavolo per capello, che talvolta Fede spaccava un capello in quattro, e che in fondo una vittoria può essere presa anche per i capelli. E che l'unica cosa che arresta la caduta dei capelli è il pavimento. Già: i suoi bei riccioli biondi.

Gegè

Gegè, che prima della partita si faceva massaggiare cinque minuti d'orologio il collo, anche se c'era la fila dei compagni che aspettavano, poi si faceva massaggiare cinque minuti d'orologio le gambe, anche se volavano sacramenti e scarpe. Gegè, che prima della partita s'inondava di vaselina sulle sopracciglia e sugli zigomi, si fissava le orecchie avvolgendosi intorno alla testa una fascia di cerotto, si spalmava il Vicks Vaporum sul petto, poi mandava giù qualche goccia di un cardiotonico per darsi coraggio. Gegè, che giocava seconda linea, non era alto però era spesso, un bel centodieci chili che, lanciati, alla fine provocavano dei danni. Gegè, che nonostante la fascia di cerotto aveva due orecchie a cavolfiore, gonfie come ravioli di zucca. Gegè, che noi pensavamo che fosse culo, pardon, omosessuale, anche se nessuno di noi diceva omosessuale ma culo, al massimo culatone con una t sola, e invece un giorno ci ha detto che si sposava, "mavalà" gli abbiamo detto, e poi abbiamo visto la moglie, ed era anche carina, delicata, un tipo fine, e allora noi ci siamo detti, più imbarazzati che scandalizzati, "ma pensa te, e noi che pensavamo che fosse culo". Gegè, che poi si è separato. Gegè, che per venire agli allenamenti faceva cento chilometri all'andata e cento al ritorno, anche con una nebbia che non si vedeva da qui a lì, e che non ha mai voluto una lira di rimborso per la benzina o per l' autostrada. Gegè, che se c'era da pagare, era il primo a mettere la mano in tasca per tirare fuori il portafoglio, e l'unico a tirarlo fuori veramente, e quindi a pagare, anche per tutti. Gegè, che fabbricava biancheria intima femminile. Gegè, che più stava con i disgraziati e più rideva di gusto. Gegè, che il giorno dopo la partita andava a correre da solo, e un giorno ha deciso di partecipare alla Maratona di New York e poi un giorno ha partecipato alla Maratona di New York e quello stesso giorno l'ha anche finita. Gegè, che certe volte ha giocato anche pilone, la tecnica era quella che era, cioè scarsa, però il collo aveva dimensioni taurine. Gegè, che per spingerlo via ce la dovevi mettere tutta e comunque non ce la facevi. "Ma sai chi ho visto ieri? Gegè!".

Ezio

Ezio si accorse che più passava il tempo, più s'infastidiva per l'uso approssimativo dei fondamentali nel rugby. Il passaggio, per esempio. Indietro: bè, era scontato. Con le mani avvicinate, e con le dita che aderivano al pallone, e con il pallone tenuto nella parte inferiore, e con l'asse del pallone diretto verso il suolo. Era da questa posizione che partiva il pallone, favorito nella sua corsa dalla distensione delle braccia, con le braccia che accompagnavano la parte iniziale del passaggio, e con le mani che controllavano l'effetto, e con il busto che eseguiva una dolce torsione verso il lato dove s'indirizzava il passaggio. Sì, roba da manuali Sperling e Kupfer, copertine gialle e carta che virava verso il seppia. La tecnica, pensava Ezio, era tutta un "e con": e con le mani, e con le braccia, e con il busto, e con le gambe. Perchè il rugby, anche questo pensava Ezio, era sport completo, da giocare con la testa e con il cuore, con il fegato e con i denti. "Lo vedi", si diceva per confermare la propria teoria, "cè sempre un "e con". Ezio si accorse anche che più passava il tempo, più si arrabbiava per l'uso approssimativo dello spirito di squadra. Ai suoi tempi si giocava per passione. Non c'erano rimborsi spese, nè stipendi, nè premi partita, nè ingaggi. Non c'era niente di niente. Anzi: pagavi. Pagavi un tesserino, pagavi le trasferte, pagavi da mangiare e bere e spesso offrivi a chi non aveva una lira. Che non erano mica pochi. Però era un bel gruppo, compagni di scuola o di condominio o di oratorio o soltanto di quartiere, si stava insieme prima e dopo, ci si innamorava delle stesse ragazze. "Cristoforo", pensò ad alta voce Ezio: "Amici". A meno che, adesso, tanta freddezza in campo, o in tribuna, non dipendesse dal tempo che passava, dagli anni che si accumulavano, dalle partite che si accatastavano - l'una sull'altra - senza scheggiare la memoria, ma che invece dipendesse dalla rigidità di un uomo troppo vecchio ormai per accorgersi degli odori dello spogliatoio e del profumo del sostegno.

Luciano

"Rugbisti si nasce", predicava Ezio. "Rugbisti si diventa", spiegava Lino. "Rugbisti si è", era la tesi di Luciano. Luciano: così, a occhio, poteva essere un terza ala. Pelato nel senso di rasato, quindi, secondo la voce che si era sparsa negli spogliatoi, avrebbe avuto quel posto in squadra che Lino garantiva a chi aveva, comunque, pochi capelli. Bicipiti e tricipiti turgidi da scaricatore di cassette all'ortomercato, che sono tutt'altra cosa - bicipiti e tricipiti, s'intende - rispetto a quelli gonfiati sollevando bilancieri e manubri in palestra. E generosità esagerata, al limite dell'autogol, cioè quando lo sbattimento diventa così pesante da rovinarti la vita, a te, che ti sbatti. Invece Luciano era il massaggiatore, che nella nostra squadra significava: tagliare l'erba del campo (compito facilitato dal campo stesso, che a ottobre si spelava, a novembre era terra, a dicembre terra mista a sabbia, a gennaio fango, da febbraio in poi - come scritto sulla Gazzetta dello Sport - "terreno compatto con qualche buca"), tirare le righe (calce viva, in nome dell'ecologia e a nome del vicino reparto di ortopedia, che sentitamente ringraziava per la sinergia), preparare il tè, nonchè portarlo avanti e indietro, occuparsi della cassetta medica (questo significava anche rischiare la galera per una serie di piccoli ma continuati furtarelli tra farmacie, pronti soccorsi e supermercati), procurare panini e acqua minerale, provvedere a scarpe, braghe, maglie e calzettoni di scorta, non dimenticare qualche stringa in più, e, infine, ma proprio infine, massaggiare. Mai giocato a rugby, Luciano, anche se il suo ruolo di massaggiatore lo aveva abituato a saper come trattare i palloni, contarli, gonfiarli, contarli, lavarli, contarli, scriverci sopra col pennarello il nome della nostra squadra per evitare che facessero i furbi, contarli, ritirarli, e alla fine contarli perchè non si sa mai. Però avrebbe potuto correggere libri e manuali sul rugby, se solo glieli avessero acquistati e magari anche letti, visto che la lettura non era il suo forte, ma la scienza ovale sì: ruck e miniruck, maul e incroci. Conosceva a memoria perfino la haka: "Ka mate, ka mate, ka ora, ka ora...". "Perchè rugbisti", era la tesi di Luciano, "si è".

Gianca

Gli mancava solo una meta a Twickenham contro l'Inghilterra. Una meta all'ultimo istante, decisiva, storica. Il resto era pronto. Aneddoti, curiosità, racconti, compreso quello della partita del debutto: c'è sempre qualche giornalista desideroso di scavare nel tuo passato. Per questo, pensava Gianca, il passato bisogna tenerselo in testa, e nel cuore. Vent'anni, prima le elementari, poi calcio e basket, infine rugby. Non fu un infine: fu un inizio. Dopo una settimana di allenamenti, che poi erano stati soltanto due, gli dicono di giocare: "Domenica, appuntamento alle 10, si gioca alle 11". Maglia e ruolo assegnati sul momento: 12, quindi centro. Il resto se l'è portato da casa: pantaloncini bianchi, provenienza tennis, scarpe tacchettate, provenienza calcio, calzettoni rossi di lana, provenienza sci, in verità fatti a mano dalla zia Emilia (la zia Enrica, invece, era la primatista mondiale di presine: neanche Cimabue sarebbe riuscito a farle così perfettamente rotonde). Avversari: Galles? no, Irlanda? neanche, ma Lainate, da non confondersi con il quasi omonimo aeroporto. Non un granchè da fare, nel primo tempo. Gioco stagnante, anche se il terreno è secco come una bozza di pane toscano vecchia di un paio di settimane, a metà campo, grandi ruffi fra i due pacchetti, e quando miracolosamente il pallone fugge da quegli umidi abbracci, viene immancabilmente calciato in tribuna. Corta, ma sicura. In tutto un paio di palloni toccati, presi e passati, voto sei di stima, si sarebbe dato. Secondo tempo. Solito ruffo. Quando il pallone fugge miracolosamente da quegli umidi abbracci, Gianca aspetta il calcio di liberazione in touche (da quella parte non c'è la tribuna ma, nell'ordine, pista di atletica, prato, alberi, sentiero per la corsa, e muro di cinta). Invece il pallone va al primo centro e dal primo centro a lui. I trequarti del Lainate sono schierati, ma profondi: c'è il tempo e lo spazio per provarci. Gianca ci prova. Si lancia, buca centro e ala, trova un'autostrada dove l'estremo del Lainate pare sperduto, solo, a piedi. Volendo, ci sarebbe anche la superiorità numerica, per via dell'ala che reclama il pallone e l'estremo che - come Gianca avrebbe scoperto con il passare del tempo - quando non se sente il bisogno, eccolo lì puntuale, e quando ce n'è invece un bisogno disperato, latita, scompare o è indietro di un'azione. Ma Gianca sente un urlo: "TIRA". In una frazione di secondo prende la decisione: e obbedisce. Tira una gran pedata al pallone e lo spedisce in touche all'altezza dei 10 metri avversari. Mica male, pensa. Ma il "DISGRASSIA" che fa tremare gradinate e tettoia gli insinua qualche dubbio. Risolto poi alla fine della partita, stravinta e coronata anche da due mete dello stesso Gianca, quando Ezio gli spiega, adesso con la dovuta calma di chi stabilisce primati di altezza con il colesterolo: "Tira vuole dire corri, non calcia". "...". "Sono gli asini che calciano, anzi, che scalciano". "...". "Asino".

Frannie

Riccardo, capo gastronomo a Campi Bisenzio, milanese, sposato, due figli. Calciatore amatoriale. Passa davanti al bar (generalmente chiamato "mensa", solo perchè accettano i buoni pasto Esselunga), la vede (e lei non ha ancora capito: ma gli piace o no? E poi, a lei, se gli piace oppure no, che gliene frega?), simula un passaggio all'indietro, lei gli mima un "vieni a dirlo qui, se hai il cuore, terza linea" (e pensa che sarebbe uno splendido numero 8), lui torna indietro, le chiede se ha visto la partita, comincia la tiritera del "hahaha 70-7, che scarsi i tuoi rugbisti". "Ranca, ma tu, la partita, l'hai vista?". "No". Lo guarda negli occhi - azzurri -, busto eretto, voce ferma. "Vado a lavorare". "Ciao, Ranca". Frannie saprebbe cosa fare al suo Ranca, Rancati Riccardo, un pò lo chiama Ranca, un pò Ricca, a volte scappa un Rinca, vabbè... Gli farebbe un resettaggio della memoria, e via, ovale a tutte le ore. Sai che bella terza centro sarebbe, se non pensasse che il pallone è rotondo. Frannie ama il rugby. Bè, ama, forse non è esatto. Pensa soltanto che, a parte il rugby, non ci sia altro al mondo. A parte l'amore. Per questo amore e rugby vanno bene, ma non insieme, se no diventa un tutt'uno, e certe cose vale la pena di viverle anche separatamente. Appena può, Frannie respira ovale. Dalla tribuna. La seconda linea della seconda squadra dei Cavalieri (forse quest'anno giocherà nella prima squadra, ancora non si sa) è un cristone di ragazzo, e sua mamma lo chiama "il mio bambino". "Guarda, mamma, il tuo bambino ha stroncato le gambine a qualcuno, lì in mezzo al campo". Roba che ti dà un senso alla giornata. Le cose ovvie la gelano, la irrigidiscono all'istante. E molte volte le sfuggono. Anzi, le lascia sfuggire. Talvolta naviga a vista, sulla terra ferma, in acque torbide. Si rifugia negli angolini. Piange, vomita, legge. Capita che Frannie si senta una psicologa mancata, una scrittrice mancata, un'insegnante mancata, o una puttana mancata. Ma come chiede la carta Fidaty lei, non la chiede nessuno.

Giampi

Mani grandi e grosse, soprattutto spesse. La stessa differenza che passa fra una fettina e una fiorentina. Le sue erano fiorentine. Se quelle mani avessero potuto avere braccia, gambe, torace e spalle adeguate, cioè all'altezza, al peso e allo spessore della situazione, Giampi sarebbe stato un bue. Uno di quei numeri 8 che spazzano il campo come certi aspirapolveri fanno con gli acari. Invece il resto del corpo era normale, le guance tendenti al paffuto, il ventre al tondeggiante, la testa al "libera e bella", nel senso di libera dai capelli e bella nella forfora. Il che, secondo la nota voce sparsa negli spogliatoi, avrebbe favorito il suo impiego in prima squadra. Avrebbe. Operaio figlio di un operaio e nipote di un operaio. Operaio tuta blu, e nome dell'azienda stampata davanti, sul petto, a sinistra. Operaio. Turni: la mattina dalle 6 alle 2 di pomeriggio; il pomeriggio dalle 2 alle 10 di sera; la notte dalle 10 alle 6 di mattina. Fusi orari che ti stordiscono la vita e, spesso, anche la famiglia. Però sabato e domenica liberi, e Giampi giocava terza ala in seconda squadra, a volte ala tattica in prima. Ala tattica è un ruolo che non esiste sui manuali, ma nella mente di Lino e sui campi di gioco sì. "Meglio un terza ala, all'ala", spiegava Lino, "tanto in attacco può servire per tenere il pallone in vita e ripartire in seconda fase, e in difesa almeno sa placcare". Lino sapeva, e non diceva, che con quell' apertura lì di palloni puliti, all'ala, non ne sarebbero mai arrivati neanche pregando. Una volta, quando era così tardi da coincidere con il così presto, siamo andati a trovare Giampi. Sei di mattina, cancelli della fabbrica, tute blu e nome dell'azienda stampato davanti, sul petto, a sinistra. Eccolo, Giampi, puntuale: berretto blu tipo nido del cuculo, cartella di pelle, a occhio, con la schiscietta dentro, e quell'andatura, la stessa di quando si rialzava dalle mischie chiuse e si apprestava a placcare un avversario. Eretto, ancheggiando come non insegnano nelle scuole alberghiere, aggiustandosi i pantaloncini come un pugile infastidito dalla cintura, e poi avanti, giù, a testa bassa. "Male, Giampi?". Nove volte su dieci non rispondeva, come se la caritatevole domanda del compagno arrivasse dalla radio.

Drago

Quando un terza centro si catapulta fuori dalla mischia, pallone in mano, fa i primi due passi in diagonale per guadagnare aria. Il massimo sarebbe metterci tanta di quella potenza da lasciare due buche a terra nei primi due appoggi. Poi il terza tira su diritto, perpendicolare, e sfrutta perfino la forza centripeta dell'improvvisa verticalizzazione. Per fermarlo, bisogna sacrificarsi. Placcare sarebbe bello, significa un'azione coordinata di busto spalle braccia e mani senza dimenticare le gambe e soprattutto la testa. Un giorno Drago provò a placcare ma dimenticò di spostare il crapone fuori dalla portata delle ginocchia altrui, e il risultato della partita lo seppe esattamente tre ore e venti minuti dopo l'ottantesimo. Trauma cranico, sentenziarono gli ortopedici di turno, senza dilungarsi troppo in aggettivi, che a volte, invece, hanno anche la loro importanza: da un lieve trauma cranico te la cavi con una birra, per un grosso trauma cranico salti - minimo - una settimana di allenamenti. Nel suo caso la Tac escluse qualsiasi danno a livello cerebrale. Secondo Enzino, la Tac escluse anche qualsiasi livello cerebrale. Ma era una cattiveria, una battutaccia. Drago, ribattezzato così più per l'alito forte che non per la lingua di fuoco, sapeva sacrificarsi e, quasi sempre, anche placcare. Tirarsi indietro, mai. Non a caso: terza ala. Alzarsi, scattare, placcare, alzarsi, scattare, placcare, un frullato di cosce peli terra braghe, una colonna sonora di vocali sorde, tanto valeva correre già con la schiena piegata, si faceva meno fatica, s'impiegava meno tempo, ci si faceva meno male. Drago. Contro una rappresentativa universitaria argentina di Rosario, Drago ingaggiò un duello personale con il terza centro avversario. Quello sfondava, e Drago non mollava. Quello lo puntava, e Drago non si nascondeva. "Hombre, te mato". "Pampas, ti aspetto fuori". Si videro fuori, appunto, finita la partita. Che fosse meglio rimanere così com' erano, l'avevano già capito. Si affrontarono come se il vialetto alberato fosse un'arena, uno davanti all'altro, senza sapere ancora chi fosse il toro e chi il torero. Tre scontri frontali, placcaggio contro placcaggio: durissimi. Noi, intorno, in silenzio. Erano lì lì per il quarto impatto, quando Drago urlò: "Pampas, birra". E l'altro: "Hombre, dacuerdo". O qualcosa del genere.

Giovanni

"Ottantametriquadri, un quarto con ascensore, libero subito, duecentotrentaduemila euro". "Cinquantacinquemetri quadri, un secondo senza ascensore, balcone, dà verso l'interno, centonovantottomila euro". Tavolino, sedia, un computer spento, un quaderno aperto, il telefono rovente. Vendere case. Volendo, sapeva come venderle. Ci voleva poco, solo qualche parola in più e detta bene. "Sessantacinque metri quadrati ('Quadrati, non quadri, qua-dra-ti, perchè i quadri sono quelli che si attaccano al muro', immaginava così la scenetta fra dipendente e principale, capace di aggiungere, fra i denti: 'Ed è lì dove vorrei attaccare anche te'), dicevo sessantacinque metri quadrati, è un quarto piano con l' ascensore, completamente da ristrutturare, duecentocinquemila euro però trattabili". Poi, quasi sottovoce: "Ho visto la casa, è una bella casa, ha una faccia elegante eppure familiare, dentro è un pò conciata ma disegnata bene, e secondo me se offre centottantamila euro, convinto, riesce a farcela. Si fidi, andiamo a vederla insieme". Cosa vuoi che ci sia di comune, tra il vendere case e quello che fai sul campo: niente. Invece qualcosa c'era, qualcosa c'è: nelle touche. Giovanni, pilone, sosteneva gli ascensori: acchiappava il compagno per i pantaloncini, lo sollevava puntellando su quella fasciatura incerottata a pelle, a metà delle cosce, e lo proteggeva quando tornava al pianoterra. Ascensorista, niente livrea, ma maglia a strisce. Tutta questa fatica a forza di braccia Giovanni poi la sentiva nelle gambe. Come se piano piano tutto quel salire e scendere i piani piombasse a terra fino a zavorrargli i piedi. Se poi i primi ascensori salivano al quarto piano, gli ultimi arrivavano a fatica all'ammezzato. Per conquistare qualche touche, ti affidavi alle giocate: "la furba", "la corta", "la lunga". Giovanni sbirciò la sveglia: sette e mezzo. Stirò le lenzuola, placcò il cuscino, serrò le palpebre, tentò un impossibile sonno supplementare. La partita sarebbe cominciata alle 11. Vendere case era solo, anzi, l'unica eventuale possibilità di lavoro. E il colloquio era fissato per lunedì.

Danilo

Quattro partite in Coppa del mondo, quella del '99. Viste, sia chiaro, mica giocate. Perchè Danilo gioca, titolare fra le riserve, qualche volta riserva fra i titolari, trequarti centro, lavoro onesto, ruvido, asciutto, mai un buco in attacco, ma se è per questo neanche in difesa, passaggio pulito, come si deve, senza costringere il compagno ad allungarsi in avanti per trattenere il pallone con le unghie, e neppure ad avvitarsi per recuperarlo alle proprie spalle. Mai una parola di troppo, in campo, anzi, a volte neanche una parola. Un pò perchè già gli sembra di essere all'ortomercato fra urli, grida, richiami, invocazioni e preghiere. Un pò perchè il fiato se lo tiene per stare in linea con i compagni: "Questione di centimetri", spiega: "Si sale, si arretra, si monta, tutti insieme". Alla Coppa del mondo, quella del '99, era andato in vacanza, zaino, treno, sterline, e via andare. Ma non via tornare. Una volta là, Inghilterra, visita obbligatoria a Rugby, museo dei palloni Gilbert compreso, e a Twickenham con Guinness bevuta nella pinta di plastica sotto quelle gradinate di cemento armato, Galles con sosta a Llanelli ("Che si pronuncia Clanecli, pensa te") nonchè Scozia ("Murrayfield, il vento, le cornamuse, una luce così tagliente che ti fa uscire il sangue"), Danilo era rimasto. In Scozia, appunto, solo una settimana, "il tempo di spendere quel che poteva spendere, cioè poco, però abbastanza". Stavolta il progetto è più ambizioso. Coppa del mondo 2003, Australia. Per il biglietto aereo, non c' è stato verso di comprare quelli "last minute", dieci euro per andare e tornare, anche se ti massacrano di tasse e penali, varie ed eventuali, finchè il totale si gonfia, comunque infinitamente meno del volo di linea che poi, alla fine, aveva dovuto accettare. Il resto al risparmio. Nella borsa, roba estiva più un maglione, "chè non si sa mai". Miniguida, dizionarietto tascabile, documenti in regola, biglietti prepagati per le due semifinali, "una cifra esagerata, ma si vive una volta sola nella vita, anche se, fortunatamente, c'è una Coppa del mondo ogni quattro anni". E poi? "Poi si vedrà".Stavolta Danilo non tornerà.

Paolo

Via le mani dalle tasche, dai con lui, diritto, aiuta, due linee una davanti e cinque dietro ai dieci metri, fuori le manine, schiera, sostegno, monta, più a sinistra, Fabio hai fatto due placcaggi al collo, devi abbassarti, devi andargli incontro, è lì che lo aspetta, svegliati, sì sì guarda che ci sono, spingi, avanza, ruba, la palla dobbiamo prenderla al volo voltiamoci, è buona, entra, alle gambe, dai aiutiamolo, sali, accelera, avanza, vai con lui, torna, anche te Davide però, proviamo a prenderla al volo se poi facciamo un in avanti non è un problema, a due mani Giacomo, a due mani anche quando vai a segnare una meta, portala sempre a due mani, i soliti quattro, vieni vieni, occupare tutto, ognuno il suo, credici, se volete bere un pochettino beviamo. Le giovanili giocano all'alba, quando il cielo è indeciso, non sa ancora se regalare un sole primaverile (il sole, primavera, autunno, d'inverno, è comunque primaverile) oppure uno sfondo canna da fucile (ma perchè danno questi nomi orrendi ai colori delle macchine). Le giovanili giocano all'alba quando i pali sembrano dei giganteschi spaventapasseri, quando c'è un eroe che tira le strisce bianche, quando ti accorgi di tutti i tappi delle minerali seminati come patate, forse qualcuno spera che, prima o poi, cresca un albero della Guizza o della San Francesco (Ferrarelle e Uliveto sarebbe fin troppo). Le giovanili giocano all'alba quando le cuciture, i rattoppi e le pezze sulle maglie ereditate si vedono lo stesso, e poi queste maglie sembrano tutte della misura del terza centro della prima squadra. Paolo pesa cento chili. Lo sanno tutti, in squadra. Quattordici anni e cento chili. Lo sanno tutti perchè l' allenatore, quando si arrabbia, e di solito si arrabbia perchè Paolo è in ritardo, gli chiede: "Paolo, quanto pesi?". E Paolo: "Cento chili". Due o tre azioni dopo stessa scena. "Paolo, ma quanto pesi?". E Paolo: "Sempre cento chili". Paolo ha appena segnato una meta. Così: calcio a favore, Chico (Cico?) la tocca e gliel'affida, Paolo sbaraglia, sfonda e invade l'area. "Bravo Paolo", a partita finita. E Paolo: "Con questi cento chili".

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